di Francesca Mugnai

 

Nel dibattito pubblico sugli interventi assistiti con gli animali si respira spesso un entusiasmo talvolta ingenuo. Sui social circolano immagini molto tenere: bambini che abbracciano cani, anziani che accarezzano un gatto, operatori sorridenti. Tutto questo contribuisce a diffondere l’idea che la presenza di un animale sia automaticamente benefica. La realtà clinica, soprattutto in contesti sanitari, è più complessa. Gli interventi assistiti con gli animali sono uno strumento serio, con basi metodologiche precise e proprio per questo meritano di essere sottratti a una narrazione semplificata.

Non basta portare un animale in ospedale

Il primo mito è che basti portare un animale in ospedale perché accada qualcosa di terapeutico.
Il lavoro in ambito sanitario non è un palcoscenico e non è uno spazio per improvvisazioni. Gli interventi assistiti con gli animali richiedono progettazione, obiettivi clinici, una valutazione iniziale del paziente e un’équipe multidisciplinare.

Quando questo impianto manca, il rischio è di scivolare verso una rappresentazione dell’animale come un “peluche vivente”, qualcosa che intrattiene e distrae. In alcuni progetti si assiste perfino a cani lasciati girare nei reparti quasi come una presenza libera e simpatica, che passa da una stanza all’altra salutando i pazienti. Ma il lavoro clinico non funziona così: l’animale non è un ospite che passeggia nel reparto e non è una mascotte. Ogni intervento dovrebbe avvenire all’interno di un setting definito, con tempi, obiettivi e modalità chiari.

Quando questo rigore viene meno, non si fa un passo avanti nella disciplina: si torna indietro a una visione dell’animale come strumento e del paziente come qualcuno da “intrattenere”.

Gli interventi assistiti con gli animali non vanno bene per tutti

Un altro mito diffuso è che gli interventi assistiti con gli animali siano una panacea: “fanno bene a tutti”.
In realtà non esiste una terapia universale. Gli IAA possono essere molto efficaci in alcuni percorsi — ad esempio con bambini con disturbi dello spettro autistico, in programmi riabilitativi o nel lavoro con anziani istituzionalizzati — ma esistono anche situazioni in cui non sono indicati.

Paure degli animali, allergie, condizioni cliniche particolari, momenti di fragilità psicologica o semplicemente una scarsa motivazione del paziente possono rendere l’intervento poco appropriato. Anche il contesto conta molto: non tutti i setting sono uguali. Un reparto ospedaliero, una scuola, una struttura residenziale o uno studio terapeutico hanno dinamiche diverse, e ciò che funziona in un ambiente può non funzionare in un altro.

Pensare che la presenza di un animale “faccia bene sempre e comunque” è una semplificazione che rischia di banalizzare il lavoro professionale.

L’attivazione fine a se stessa non è terapia

Nel linguaggio degli interventi assistiti si parla spesso di attivazione: il paziente viene coinvolto in un compito, in un gioco o in un’interazione con l’animale. Ma l’attivazione non è automaticamente positiva.

A volte si osservano attività pensate più per creare movimento o divertimento che per sostenere un vero processo terapeutico. Lanciare una pallina in mezzo a un corridoio, per esempio, può sembrare un gesto innocuo o persino allegro, ma non è detto che sia una buona proposta per un paziente fragile, per un anziano con problemi di equilibrio o per un bambino che si trova in una fase delicata del ricovero.

Anche il contatto fisico va gestito con attenzione. Non è detto che il primo passo debba essere accarezzare l’animale. In molti casi il contatto diretto non è immediato: si costruisce gradualmente, attraverso l’osservazione, la curiosità, il gioco mediato. Il rischio, altrimenti, è che l’interazione diventi una sequenza automatica di carezze, ripetute quasi meccanicamente, senza una vera qualità relazionale

L’animale porta se stesso nel setting

Un aspetto spesso non considerato è che l’animale non è un facilitatore neutro.
L’animale entra nel setting con la propria sensibilità, il proprio stato emotivo e la propria capacità di percepire l’ambiente. Questa dimensione è talvolta trascurata anche da chi si presenta come esperto.

Un cane, per esempio, percepisce la tensione, il rumore, l’incertezza delle persone che ha davanti. Ignorare questa dimensione significa trattare l’animale come un oggetto terapeutico, quando in realtà è un partner di relazione. Per questo il lavoro richiede una costante attenzione al suo benessere e ai segnali che esprime.

Se l’animale viene considerato semplicemente come uno strumento che deve “funzionare”, si perde uno degli elementi più importanti dell’intervento.

Amare gli animali non basta

L’ultimo mito è forse il più diffuso: pensare che basti amare molto gli animali per lavorare bene negli interventi assistiti.
L’empatia verso l’animale è certamente importante, ma quando diventa l’unico criterio rischia di spostare l’attenzione dalla relazione complessiva.

A volte si osserva un atteggiamento molto empatico nei confronti dell’animale che finisce però per trascurare il cuore del lavoro: la relazione tra paziente, animale e operatore. Gli interventi assistiti non funzionano perché c’è un animale presente, ma perché quella presenza viene integrata in un processo relazionale e terapeutico guidato da competenze professionali.

Gli animali non sono peluche e i pazienti non sono spettatori di una scena emotiva. Sono entrambi soggetti di una relazione che va costruita con attenzione, competenza e responsabilità.

Quando questo accade, gli interventi assistiti con gli animali possono diventare uno strumento straordinario. Ma perché ciò avvenga davvero, è necessario ricordare che la qualità del lavoro — soprattutto in ambito sanitario — non è un dettaglio: è la condizione di base per poter parlare di cura. Nessuna improvvisazione.

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