di Francesca Mugnai
La notizia del ritrovamento di 70 cani in un appartamento a Firenze, suscita comprensibilmente indignazione. Ma al di là di chi lo fa per scopo di lucro, come in questo caso, esiste l’Animal Hoarding, l’accumulo patologico di animali, una patologia psichiatrica importante, sottocategoria dell’Hoarding Disorder.
È importante distinguere i casi di sfruttamento da quelli in cui siamo di fronte a una vera patologia psichiatrica. L’Animal Hoarding è una condizione nella quale la persona accumula un numero crescente di animali, convinta di salvarli e proteggerli, senza rendersi conto di non essere più in grado di garantire loro condizioni di vita adeguate.
Si tratta di un disturbo complesso, spesso associato ad altre condizioni psichiatriche, che porta a una progressiva perdita di consapevolezza. L’intenzione iniziale può essere quella di aiutare gli animali, ma il risultato è spesso l’opposto: ambienti sovraffollati, scarsa igiene, difficoltà nell’alimentazione, nell’assistenza veterinaria e nella gestione quotidiana.
Il fenomeno riguarda frequentemente i gatti, forse perché percepiti (erroneamente) come animali più autonomi e meno impegnativi rispetto ai cani.
Il primo tema da affrontare di fronte a questa patologia è che l’amore non si misura dal numero di animali che si possiedono, ma dalla capacità di garantire a ciascuno di loro una vita dignitosa. Quando questo non è più possibile, la relazione di cura si interrompe e diventa necessario un intervento specialistico.
Per questo l’Animal Hoarding non può essere affrontato esclusivamente come un problema di benessere animale: serve un approccio multidisciplinare, capace di mettere in rete professionalità diverse.
I medici veterinari hanno un ruolo fondamentale, perché sono spesso i primi a cogliere i segnali di una situazione che sta degenerando e l’incapacità del proprietario di riconoscere il problema. Possono essere i primi ad accendere un campanello d’allarme.
Accanto a loro devono operare gli assistenti sociali, gli psicologi, gli psichiatri e i servizi di salute mentale e di igiene veterinaria della Asl in una rete sociale e di cura, anche per prevenire eventuali recidive: i cani vengono messi in salvo, ma la persona torna ad accumularne altri.
Al centro deve sempre rimanere il rispetto degli animali, troppo spesso considerati una risposta ai bisogni emotivi dell’essere umano. Non sono oggetti da collezionare, né sostituti affettivi o strumenti per colmare la solitudine. Sono esseri viventi con esigenze proprie e diritti propri: di spazi adeguati, movimento, pulizia, cure veterinarie, relazioni equilibrate e rispetto della loro natura. Umanizzarli significa smettere di vedere chi sono davvero.
La relazione con un animale può rappresentare una straordinaria risorsa per il benessere psicologico, conclude Mugnai, come dimostrano gli IAA, ma ogni relazione sana si fonda sul rispetto reciproco. Quando il bisogno della persona prende completamente il sopravvento sui bisogni dell’animale, quell’equilibrio si rompe. Ed è proprio in quel momento che la società deve essere in grado di intervenire, proteggendo gli animali e prendendosi cura anche della persona.