di Francesca Mugnai

Sempre più spesso camminando nelle nostre città, incontriamo persone che chiedono l’elemosina con accanto un cane, spesso un cucciolo. È un’immagine che cattura immediatamente lo sguardo. Molti si fermano, accarezzano il cane, lasciano qualche moneta. Non sempre lo fanno per chi chiede l’elemosina: a volte lo fanno proprio per l’animale.

Dal punto di vista psicologico è un fenomeno interessante, perché racconta una caratteristica profondamente umana: la nostra predisposizione a costruire un legame di attaccamento con gli animali. La loro presenza attiva emozioni di protezione, tenerezza e cura. Davanti a un  cucciolo, si mettono in moto meccanismi emotivi che favoriscono l’avvicinamento e la disponibilità ad aiutare.

È uno degli aspetti più belli della relazione uomo-animale. Ma, come ogni dinamica relazionale potente, ha anche un lato oscuro.
Quando la presenza dell’animale viene utilizzata per suscitare un’emozione e ottenere un vantaggio, quella relazione rischia di trasformarsi in uno strumento. L’animale non è più riconosciuto come un essere vivente con bisogni propri, ma come mezzo per raggiungere uno scopo.

Non tutte le situazioni sono uguali: molte persone senza fissa dimora condividono con il proprio cane un legame autentico e profondo, prendendosene cura con grande attenzione nonostante condizioni di vita estremamente difficili. È la loro famiglia. 

Ma esistono anche situazioni in cui l’animale viene sfruttato proprio perché sappiamo quanto sia capace di toccare le nostre emozioni.

Questa mattina ho assistito a una scena che mi ha colpita: una signora trascinava con rabbia un Golden Retriever ormai anziano, evidentemente affaticato dal caldo e dalla fatica. Il cane rallentava, sembrava non avere più la forza di camminare, mentre lei continuava a strattonarlo con impazienza.

Il modo in cui ci rapportiamo agli animali dice molto anche del modo in cui entriamo in relazione con l’altro. Il rispetto, l’ascolto dei limiti, la capacità di riconoscere la vulnerabilità non sono competenze che attiviamo solo con gli esseri umani: si esprimono anche nel rapporto con gli animali.

Per questo, quando parlo di attaccamento uomo-animale, non penso soltanto alla tenerezza o al benessere che questi legami possono generare: penso anche alla responsabilità che comportano.

Una relazione autentica non utilizza l’altro: lo riconosce.

Quando osserviamo un animale accanto a una persona, dobbiamo chiederci: quella presenza nasce da una relazione di cura o da una relazione di utilizzo?
La risposta non è sempre semplice. Ma imparare a porci questa domanda è già un modo per guardare gli animali con maggiore rispetto e consapevolezza.

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