di Francesca Mugnai
Quando osserviamo due cuccioli rincorrersi, un cane che invita una persona a lanciargli un oggetto o un gatto che tende un agguato a qualcosa che si muove, pensiamo al gioco come a un momento di divertimento. Ma per gli animali è molto di più: è esplorazione, apprendimento, esercizio delle proprie capacità e, soprattutto, relazione.
Giocare significa entrare in comunicazione con l’altro: significa imparare a modulare la forza, a riconoscere i segnali del compagno, a fermarsi, riprendere, aspettare e modificare il proprio comportamento in risposta a ciò che accade. Nel gioco sociale, infatti, non basta agire: bisogna osservare continuamente l’altro. È proprio questa reciprocità a renderlo un’esperienza così importante.
Quando il corpo diventa linguaggio
Ogni specie ha il proprio modo di giocare e di comunicare la disponibilità all’interazione. Nel cane, per esempio, conosciamo il caratteristico “inchino di gioco”, ma anche le pause, i movimenti morbidi, gli allontanamenti e i ritorni possono raccontarci che siamo dentro una situazione ludica.
Imparare a giocare con un animale significa quindi, prima di tutto, imparare a osservarlo. Non basta proporre qualcosa che noi consideriamo divertente: dobbiamo capire se anche l’animale è interessato, se partecipa spontaneamente e, soprattutto, se può scegliere di interrompere.
La possibilità di allontanarsi è parte del gioco tanto quanto la possibilità di avvicinarsi. Ed è anche ciò che rende possibile una relazione autentica e sicura.
Giocare con l’altro, non sull’altro
Quando una persona gioca con un animale si crea uno spazio comunicativo particolare. Le parole diventano meno importanti e acquistano valore il movimento, la postura, il ritmo, la distanza, lo sguardo e la capacità di aspettare.
La persona propone, l’animale risponde. Può accettare la proposta, modificarla, introdurre una pausa oppure scegliere di allontanarsi. Se impariamo a riconoscere questi segnali, il gioco diventa una vera forma di dialogo.
Psicologicamente il gioco ci obbliga a uscire, almeno per un momento, dalla logica del controllo. Non possiamo decidere tutto noi. Dobbiamo osservare, aspettare e lasciare che anche l’altro abbia un’iniziativa.
In questo senso il gioco insegna qualcosa di molto importante sulla relazione: possiamo proporre senza imporre.
Non esiste solo la pallina
Pensiamo spesso al gioco con un animale attraverso gli oggetti: una pallina, una corda, un gioco da mordere. Ma l’esperienza ludica può nascere anche dall’esplorazione di un ambiente, da una ricerca olfattiva, da un movimento condiviso o semplicemente dalla curiosità.
Non è l’oggetto a rendere un’attività un gioco. È la qualità della partecipazione.
Un’interazione può diventare povera di significato se è ripetitiva, imposta o eccessivamente eccitante. Al contrario anche un’attività molto semplice può diventare preziosa quando rispetta i tempi, le motivazioni e le caratteristiche dell’animale.
Il gioco negli Interventi Assistiti con gli Animali
Negli Interventi Assistiti con gli Animali il gioco può aprire uno spazio di incontro particolarmente significativo. Un bambino può sperimentare l’attesa e il proprio turno, un adolescente può trovare una modalità di contatto meno diretta, una persona anziana può ritrovare gesti e ricordi, una persona con difficoltà comunicative può esprimersi attraverso lo sguardo, il movimento e il corpo.
Ma il gioco non può diventare una tecnica applicata automaticamente.
Negli IAA l’attività nasce sempre dall’incontro tra i bisogni della persona, le caratteristiche dell’animale e gli obiettivi dell’intervento. L’animale non è uno strumento da utilizzare per ottenere una risposta: è un soggetto della relazione, con una propria disponibilità, propri tempi e propri limiti.
Per questo anche il suo benessere deve essere osservato continuamente: un animale che corre, afferra un oggetto o sembra molto coinvolto non necessariamente sta giocando con piacere. L’eccitazione può essere diversa dal divertimento, così come la disponibilità a rispondere alle richieste dell’uomo non coincide sempre con il desiderio di continuare.
Un buon gioco non è quello che dura più a lungo. È quello nel quale entrambi possono partecipare, interrompere, riprendere e trovare un ritmo condiviso.
Imparare la reciprocità
Il gioco ha la capacità di insegnarci la reciprocità senza bisogno di spiegarla.
Per giocare davvero con un altro essere vivente dobbiamo accettare che non tutto dipenda da noi: dobbiamo imparare a leggere un segnale, rispettare una distanza, accogliere un rifiuto e modificare ciò che avevamo immaginato.
Il gioco diventa così un luogo nel quale animale e persona imparano progressivamente a conoscersi. Un linguaggio fatto di corpi, pause, movimenti, curiosità e fiducia.
Giocare dunque è una cosa molto seria, che va dunque ben oltre il semplice divertirsi: significa conoscersi e imparare a stare con l’altro.