di Francesca Mugnai
Ci sono adolescenti che sembrano dire no a tutto.
No alle attività proposte.
No al dialogo.
No alla collaborazione.
No agli adulti che cercano di avvicinarsi.
Nei contesti scolastici, educativi, clinici o riabilitativi questo atteggiamento viene spesso letto come disinteresse, provocazione o mancanza di motivazione. Talvolta genera frustrazione negli adulti, che investono energie nel tentativo di coinvolgere ragazzi apparentemente impermeabili a qualsiasi proposta.
Eppure, dietro molti di questi “no”, si nasconde qualcosa di diverso.
Dal punto di vista psicologico, l’oppositività non è sempre un rifiuto della relazione. Può essere, al contrario, una modalità relazionale. Una forma di comunicazione che esprime disagio, paura, sfiducia o bisogno di protezione.
In adolescenza questo fenomeno è particolarmente frequente. È una fase della vita caratterizzata dalla ricerca di autonomia e dalla costruzione della propria identità. Dire “no” può diventare un modo per affermare se stessi, per prendere le distanze dalle aspettative degli adulti o per difendersi da situazioni percepite come troppo esposte emotivamente.
Il problema nasce quando quel “no” diventa l’unico linguaggio disponibile.
Quando entra in gioco l’animale
Negli Interventi Assistiti con gli Animali osserviamo spesso situazioni che, almeno all’inizio, sembrano bloccate.
Ragazzi che non parlano, che evitano il contatto visivo, che dichiarano apertamente di non voler partecipare.
Eppure, dopo qualche minuto, qualcosa cambia.
Non necessariamente iniziano a raccontarsi o a collaborare con entusiasmo. Più spesso accade qualcosa di molto più piccolo e significativo: osservano il cane. Seguono i suoi movimenti. Gli lanciano uno sguardo. Si avvicinano quel tanto che basta per porgergli un oggetto o per accarezzarlo.
Sono gesti semplici, ma rappresentano i primi segnali di una disponibilità relazionale.
L’animale offre infatti una forma di incontro diversa da quella a cui molti adolescenti sono abituati.
Non fa domande insistenti.
Non chiede spiegazioni.
Non valuta le prestazioni.
Non interpreta il silenzio come un problema da risolvere.
La relazione si costruisce nel qui e ora, attraverso il corpo, il movimento, l’attenzione condivisa e la comunicazione non verbale.
Per ragazzi che vivono il rapporto con gli adulti come una continua richiesta di prestazione o di esposizione emotiva, questa esperienza può risultare meno minacciosa e più accessibile.
Il cane come mediatore relazionale
Negli IAA il cane non è uno strumento utilizzato per “far parlare” i ragazzi.
L’animale diventa un mediatore relazionale, una presenza che permette di creare uno spazio di incontro meno carico di aspettative e giudizi.
Attraverso l’osservazione del cane, delle sue reazioni e dei suoi bisogni, il ragazzo può iniziare a sperimentare competenze relazionali che spesso fatica a mettere in gioco nei rapporti umani.
Impara a osservare, ad attendere, a rispettare i tempi dell’altro, a riconoscere segnali emotivi, a modulare il proprio comportamento.
Tutto questo avviene senza la pressione di dover raccontare qualcosa di sé.
Quello che avviene ha mille facce. C’è il ragazzo che continua a dire di non voler partecipare, ma segue ogni movimento dell’animale; quello che evita il gruppo, ma si preoccupa che il cane abbia acqua a sufficienza; quello che non parla agli adulti ma riesce a dare indicazioni al compagno durante un’attività.
Sono piccoli segnali che raccontano una disponibilità alla relazione già presente, anche se nascosta dietro l’oppositività.
Comprendere prima di correggere
Uno degli errori più frequenti è considerare l’obiettivo educativo come la semplice eliminazione del comportamento oppositivo.
In realtà prima di chiedersi come far smettere un ragazzo di dire no, sarebbe utile chiedersi cosa quel no stia cercando di comunicare.
Sta esprimendo paura?
Sta difendendo una fragilità?
Sta cercando di mantenere il controllo in una situazione percepita come troppo invasiva?
Sta chiedendo di essere ascoltato in un modo diverso?
Quando l’attenzione si sposta dalla correzione alla comprensione, cambia anche la qualità della relazione.
L’obiettivo non diventa più ottenere obbedienza, ma costruire fiducia.
E la fiducia richiede tempo.
Il significato nascosto del no
L’esperienza maturata nei progetti realizzati da Antropozoa nelle scuole, nei servizi educativi e nei contesti socio-sanitari mostra come molti ragazzi considerati “difficili” abbiano in realtà bisogno di essere incontrati in modi differenti.
L’animale non cancella il disagio e non risolve automaticamente le difficoltà relazionali, può però creare le condizioni affinché il ragazzo si senta sufficientemente al sicuro da sperimentare una nuova forma di contatto con l’altro.
Per questo motivo negli Interventi Assistiti con gli Animali il “no” non viene interpretato come un ostacolo da abbattere: viene osservato, accolto e compreso.
Perché molto spesso il no non è l’assenza di relazione, ma è la prima forma di relazione che quella persona è riuscita a costruire con il mondo.